Con il pragmatismo dell’economista aziendale, il Rettore dell’Università degli Studi di Napoli Federico II Massimo Marrelli ha promosso un efficace riflessione invitando Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, Giannantonio Stella, giornalista del Corriere della Sera e noto scrittore sulle “caste d’Italia” e Tomaso Montanari, storico dell’arte e collega dell’Ateneo, a discutere sul tema “Ambiente, paesaggio, arte: l’assalto ai beni comuni”. Mi ha condotto a presenziare all’evento la rinomanza dei relatori, la rilevanza scientifica delle categorie ambiente-paesaggio-arte, l’ambiguo significato del riferimento ai “beni comuni”, e l’attenzione prestata da architetto progettista e docente di urbanistica a queste categorie fin dagli anni sessanta, con più volumi pubblicati su questi nodi concettuali. Tempo ben speso, per efficacia comunicazionale degli animatori del bipolo Settis-Stella, accompagnati da qualificate immagini e audiovisivi, ed il commento finale di Tomaso Montanari; ed altresì per l’attitudine moraleggiante e nostalgica del “bel paese”, come definiva nel 1885 l’abbate Stoppani le “bellezze d’Italia”, che impregnava l’atmosfera della sala (Camillo Guerra e Roberto Pane continuano a vivere nei luoghi che hanno plasmato)

Gli eventi hanno senso con riferimento al tempo in cui hanno luogo. In questo nostro tempo, dominato dalla crisi epocale del post industriale e dall’incertezza sul futuro, registriamo l’affermarsi di innovativa categoria, i beni comuni, con una traslazione di senso dalla riflessione teologica all’universo fisico materiale; sconforto per l’incapacità di governo delle modalità evolutive del paesaggio, conseguente alla inconsistente attuazione di impegni pubblici concernenti il progetto e la gestione sanciti fin dal 1939 e dal 1985 nella Repubblica regionalizzata; perplessità nel prendere atto del degrado architettonico da inutilizzo di tante componenti del patrimonio artistico della nazione. E ci si impegna nel tentare di delineare rimedi, come motivatamente sollecitato da Corrado Beguinot nel promuovere eventi che sostengano l’attenzione delle Nazioni Unite sulle città e la cultura dell’urbano nel secolo nuovo. Ed è appunto la riflessione sui rimedi che è mancata nell’evento.

clicca per ingrandireMa la semplificazione che ne consegue non può soddisfare. I principi fondamentali della Costituzione Repubblicana sono un tutt’uno, come ribadito da Settis. L’evento tuttavia ha teso a enfatizzare il contenuto dell’art.9, “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico artistico della Nazione”. E ciò con lo scopo di correlare tre parole – cultura-ricerca-tutela – con lo scopo di esaltare il ruolo dell’istituzione universitaria. L’enfasi sui principi di cui all’art. 9 ne separa il senso da quel che la Costituzione dichiara all’articolo 4, “la Repubblica  riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”, ed dall’articolo 5, “la Repubblica riconosce e promuove le autonomie locali”. Separando si accentua il potenziale morale della memoria, delineando una missione possibile per i cultori del progetto, assimilabile al logo “il passato è il nostro futuro”. E ciò si può comprendere, ma proprio per l’ispirazione al proiettare-progettare non può condividersi. Motivatamente si è suggerito quale logo del progetto “un futuro per il passato”. E questo criterio è dichiarato nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, laddove si afferma la sintesi unitaria della ricognizione sistematica, della valutazione e della proposizione incidente sulle regole del fare operoso ed attento nelle modalità di tutela del paesaggio.

La tutela non dovrebbe mai porsi come antitesi al bisogno antropologico, al diritto al lavoro ampiamente negato nel nostro Mezzogiorno, al ruolo appropriato delle autonomie locali, trovando nel “progetto intelligente” la soluzione alle contraddizioni conseguenti al raccordo tra valori e bisogni, essendo consapevoli che la selezione di modalità non è neutrale in rapporto al tempo di formazione del piano o progetto. Voler superare il moralismo nostalgico, nel traguardare rimedi che implicano mutamento, comporta le definizione di risposte ai problemi, fondate sulla correlazioni tra i principi dichiarati nei dodici articoli dei principi costituzionali, ed è ciò che l’evento non ha trasmesso. Può motivatamente ritenersi che l’Ateneo Federico II abbia ben altre potenzialità nel delineare impegno sul futuro concernente il paesaggio, l’arte, l’ambiente, la cultura dell’urbano.

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CHI SONO
Francesco Forte (Napoli, 1939), architetto, ha concluso nel novembre del 2009 l’impegno accademico strutturato, contribuendo a ulteriori impegni formativi attraverso contratti. Professore ordinario di Urbanistica nell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” del 1991, ha diretto dal 1994 al 1998 il seminario di Urbanistica “Alberto Calza Bini”. Ha promosso l’istituzione del Centro Interdipartimentale di Ricerca in Urbanistica “Alberto Calza Bini” (CIRU), di cui ha assunto la direzione fino al 2004. Dal 2004 al 2009 ha diretto il Dipartimento di Conservazione dei Beni Architettonici e Ambientali. Ha partecipato alla fondazione del corso di laurea specialistica in “Architettura-città: valutazioni e progetto”, attivo dal 2007-2008 presso la Facoltà di Architettura di Napoli, assumendo la responsabilità didattica delle due annualità del laboratorio di Progettazione urbanistica, nonché dei corsi di Legislazione dei Beni Culturali e Diritto Urbanistico. Ha insegnato in università europee e degli Stati Uniti. Membro del collegio del dottorato in “Metodi per la valutazione integrata dei beni architettonici e ambientali”, ha contribuito allo svolgersi di molteplici tesi di dottorato, corsi di perfezionamento e master. Ha partecipato agli organi direttivi dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, di cui è socio effettivo, e partecipa tuttora al consiglio scientifico della Fondazione Astengo. E’ socio dell’Icomos Italia.
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