A. LE FAVOLE
La stampa riporta quotidianamente indicatori statistici e socio economici che narrano gli effetti della crisi, l’arretramento dell’Italia, la depressione della Regione Campania, il disastro Campania connesso alle incoerenze nella struttura produttiva consolidatasi nella regione in rapporto alla domanda sociale. Si tende a ravvisare la causa nella carente dotazione di capitale finanziario.
In realtà si renderebbe disponibile un immane capitale finanziario, impegnato per lo sviluppo regionale dall’UE, che tuttavia non si è riusciti a spendere. Sergio Rizzo, nell’articolo “I Fondi dell’Europa? Per 75.000 mila progetti. Ecco perchè lo Stato spende poco e male. In sei anni impiegato meno della metà. Ed in sette mesi vanno investiti 30 miliardi”, in Corriere della Sera di Sabato 26 Agosto 2013, rubrica Approfondimenti. Burocrazia e cattivi programmi, primo piano, pag. 11, ha evidenziato brillantemente le motivazioni di questa immane perdita di opportunità.
La causa dell’incapacità di incidere sulle condizioni strutturali viene ricondotta nell’articolo alla “pioggerella fittissima di migliaia di iniziative, interpreti del pluralismo perverso, nei 58.000 progetti di importo inferiore ai 150.000 euro, naturalmente incapaci di incidere sulla struttura delle distorsioni dei sistemi economici locali”. I così detti grandi progetti sono in gran maggioranza al palo. “Il sistema integrato del Porto di Napoli, un progetto da 240 milioni di euro che dovrebbe essere finanziato con i soldi del Fondo Sociale Europeo 2007-2013, è a zero”.
Ed è di certo strano che questa constatazione ci venga narrata dal sagace giornalista, e non dai docenti universitari cooptati nelle nostre istituzioni di governo. Sembra quasi che si voglia l’inefficacia di progetti che potrebbero incidere sulla struttura del sistema economico. I fondi vanno spesi, e se non si riesce ad investirli in progetti significanti, tanto meglio è spenderli nel pulviscolo o dell’effimero, o del sussidio.
La stampa suggerisce le modalità che adottano i presunti saperi esperti, cooptati nel ruolo politico (che è potere) con lo scopo di perseverare nel sostenere il proprio protagonismo, nella prospettiva di futuri riscontri elettorali positivi.
Ed infatti.

Nell’articolo viene riportata la dichiarazione del del Prof. Guido Trombetti, Vice Presidente della Regione Campania, Assessore regionale alla ricerca, già Rettore della Federico II, esperto di calcio come lo presenta la stampa, nonchè divulgatore di giochi matematici.
Vogliamo realizzare veri e propri centri tecnologici di rilievo nazionale, integrando le attività al Nord e al Sud e superando la precedente dispersione a pioggia delle risorse investite nel settore. I distretti ad alta tecnologia e i Laboratori pubblico-provati sono chiamati a realizzare sistemi integrati e coerenti di ricerca-formazione-innovazione che possano funzionare da propulsore della crescita economica sostenibile delle Regioni Convergenza“.
Come tante situazioni italiane, la forma, ovvero la validità degli scopi, è da ritenersi legittima, coerente con le distorsioni e la condizione di crisi. Per i cultori dell’urbano l’aspirazione a contesti dalle modalità intelligenti di impegno antropologico è suggerita dall’esperienza, tanto più per chi ha studiato al M.I.T , in USA.
E tuttavia non è mai sufficiente la sola attenzione alla forma. La forma delle cose ragionevoli appare neutrale in rapporto al tempo, mentre ciò che ne dà attualità nel tempo storico è la “autenticità e credibilità” di chi propone, e la “sostanza”.
Il consuntivo della recente vicenda storica negli impegni finanziari volti a sostenere la ricerca assunti dalla Regione Campania potrebbe offrirsi quale strumento volto a consolidare l’autenticità delle proposizioni. In applicazione del POR 2000-2007 consistenti quote di danaro pubblico sono state dirottate nel fondare e alimentare i così detti “Centri di Competenza”. Partecipammo alle riflessioni coordinate dal Prof. Massarotti, e presumibilmente per le tesi, esposte venimmo emarginati negandoci il ruolo di centro di spesa. Non è noto il consuntivo di quelle erogazioni milionarie pur essendo di certo rendicontate analiticamente all’UE. I dipartimenti universitari esplicitano tuttora i segni tangibili di apparati tecnologici di immane costo a quel tempo (laser scanner, non solo elaboratori), obsoleti per l’avanzamento tecnologico sopravvenuto. Le dichiarazioni del 2013 dell’Assessore alla Ricerca potrebbero acquisire autenticità qualora rinforzate dal commento dell’esito di quelle erogazioni, e delle acquisizioni scientifiche conseguite attravesro quella spesa pubblica.
Troppo generiche appaiono le proposizioni concernenti la “sostanza”. Cio che non dicono l’articolista e l’Assessore è quanto ci ha evidenziato Sergio Rizzo, ovvero che i fondi del Programma 2007-2013 dell’Unione Europea devono essere impegnati entro il 2014 e rendicontati entro il 2015. Non ci si confronta quindi con il vero nodo del fare, l’operatività, che qualifica la “sostanza”.
Ci si dovrebbe domandare l’origine della motivazioni che conduce un esperto di giochi e di calcio nel cadere in queste contraddizioni. Si intravedono infatti mete recondite da perseguire, che possiamo ritenere collegate ai giochi nelle posizioni della scacchiera del potere regionale, campo di attività prescelto da nostro ex Rettore. E dobbiamo ritenere che l’ambiguità dei ruoli eroda la stessa forma delle cose, ovvero la condizione del fare ricerca, che diviene strumento di utilità soggettiva. L’assunzione di ruoli pubblici attraverso la politica impone “buona educazione” (lo ha ricordato Severgnini), ed un pò di etica ( il dibattito agostano su vicende napoletane e parlamentari).
B. PRIORITA’ E CONFUSIONE
La sollecitazione critica enunciata da Sergio Rizzo conduce a selezionare obiettivi onde promuovere efficacia ed efficienza. L’efficacia si confronta con quel che può ritenersi prioritario onde attenuare l’arretratezza del Mezzogiorno italiano. L’efficienza si confronta con la capacità del fare bene, piani-progetti-computi preventivi-appalti-realizzazione- erogazione alle imprese-collaudi-rendicontazione.
E su questo tema si confronta Carlo Borgomeo.

 

L’esperienza napoletana di Borgomeo da manager pubblico non è stata brillante. Ha assolto a significativi ruoli nella STU pubblica di Bagnoli Coroglio, la cui memoria non suscita entusiasmi. Dovrebbe quindi adottare cautele nelle proposizioni che diffonde. Le maglie suggerite da Carlo Borgomeo coltivano la forma, mentre appaiono larghe con riferimento alla sostanza. Non basta riferirsi alla forma generica, andrebbero specificati
nel definire la forma criteri di piano e progetto, validi in tutte le Regioni del Mezzogiorno, onde evitare che le parole siano come il vento che muta nel tempo e nello spazio. Avremmo bisogno di parole che acquisiscano la rigidezza delle pietre.
C. VORREMMO APPRENDERE DALLE VITE VISSUTE
C.1 L’emozione soffoca la comprensione. Questo sentimento mi ha accompagnato nel corso della commemorazione religiosa di Benedetto Gravagnuolo nella Chiesa di San Pasquale, cara agli abitanti del quartiere Chiaia ove risiedo dal 1942. Ed è comprensibile.
Ma poi si pone la domanda sul significato, nel tentativo di ricercare risposte. La città dolente in cui conviviamo necessita di approfondimenti che ci consentano di comprendere le ragioni della sofferenza, e tra le ragioni vi sono di certo le scelte effettuate da personalità che hanno inciso sul presente che viviamo.
Su quelle caratterizzazioni si è stratificata la barriera di significati che ha accentuato la distanza tra Benedetto ed il mio fare. Ed in primo luogo il rapporto con il potere amministrativo e politico. Nelle discussioni svolte nei Consigli della Facoltà di Architettura nel corso della sua prima stagione di presidenza ho ritenuto necessario evidenziarne il “conformismo” e l’opportunismo cui si potevano ricondurre le sue scelte. Non mi ha mai convinto la teorica delle alleanze da Lui enunciata, conservando attitudini volte a fondare su autenticità e coerenza il giudizio sulle scelte da compiere. Nella seconda candidatura non ne ho ritenuto opportuna la conferma a Preside della Facoltà di Architettura.
Ho laicamente polemizzato con le tigri umane che nell’operare effettuavano scelte che operando con criteri settoriali hanno dissipato immani dotazioni finanziarie pubbliche, nè il nullismo urbanistico dell’Amministrazione Jervolino. Tutte scelte assunte dalla funzione pubblica avvalendosi del sostegno intellettuale offerto dal saggio Benedetto.
Non ho mai condiviso l’avvenuta sostituzione della cultura del territorio con la cultura dell’opera pubblica (la metropolitana cittadina), come emergeva nelle esposizioni presentate alla Biennale di Venezia, comparando quanto si proponeva nella Regione Veneto, consulente Bernardo Secchi, con quanto esponeva la Regione Campania, consulente il Prof. Gravagnuolo.
La concezione monumentale praticata nel realizzare la metropolitana cittadina o regionale, oltre che impegnare immani investimenti pubblici, ha offuscato il vuoto delle politiche territoriali. Continuo a ritenere che la retorica dello starsystem nella loro progettazione ha negativamente segnato a Napoli il saper fare architettura e urbanistica.
C.2. La barriera di significati si è accumulata anche nelle relazioni umane con personalità dolci, ma dai comportamenti pubblici offuscati da costrizioni intellettuali di contesto.
Ho frequentato il mite Amato Lamberti dapprima nella fondazione dell’Osservatorio sulla camorra, e poi nel 1998 quale consulente della Provincia di Napoli per la formazione del Piano Territoriale Provinciale, con Amato Lamberti Presidente. Avendo valutato negativamente le scelte che si andavano maturando, ho rinunciato al mandato professionale nel 1999. Posso ritenere di avere effettuato scelte valide, se poi l’ombrosa confusione degli scopi mai dichiarati ha condotto nel 2003 al ritiro della pur adottata proposta di piano territoriale. Ricordiamoci che tuttora la nostra Provincia non è dotata di Ptcp, nè ha una dichiarata strategia. L’adesione degli attuali organi di governo alla possibile Città Metropolitana ci appare scelta tattica volta a mascherare l’assenza di strategia.
La dolce Eirene Sbriziolo ha lasciato poche tracce in quanto svolto nei ruoli pubblici ricoperti, troppo condizionata da tecnicismi appresi nelle attività svolte presso il Provveditorato che hanno svuotato la necessaria efficacia dell’urbanistica comunale.
L’affetto riposto nella genesi della Fondazione De Felice si mortifica nel ricercato sostegno della finanza pubblica regionale. Quando nel 1979 abbiamo dedicato a Carlo Forte la fondazione, amici e familiari ne hanno sostenuto l’onere. Non è pedagogicamente illuminante coinvolgere gli strumenti del potere del governo pubblico nel trasmettere memoria di impegno civile di operatori illuminati. Dovremmo apprezzare l’azione di valorizzazione intrapresa dagli organi di governo della Fondazione, come insegna il caso Firenze, nella prospettiva di perseguire successo nello svolgersi della missione attribuita da Eirene alla Fondazione.
Dovremmo ritenere che costrizioni intellettuali di contesto abbiano condizionato l’operare di questi compagni di percorso, allorquando proposti nell’assumere scelte di interesse pubblico, presumibilmente per l’offuscarsi nei soggetti politici delle relazioni tra dovere e diritti di cittadinanza.
L’esercizio di cinismo nel giudicare anche le storie individuali di queste nobili personalità può aiutarci a comprendere la difficoltà di esaurienti correlazioni, indispensabili nel delineare il ruolo della politica, e delle differenze nell’acquisire storicità nelle pratiche della politica. Dovremmo domandarci laicamente i motivi di scelte che questi amici hanno assunto; forse le risposte potrebbero aiutarci a comprendere le condizioni della città dolente che in Campania sentiamo sulla nostra pelle.
Non ci soddisfa la retorica della città pubblica, nè dei beni comuni, avulsa da valutazioni su doveri-diritti, dignità-ragione-speranza-fede. Non ci soddisfa la narrazione di Napoli proposta nel rapporto del WWF 2013 “RiutilizziAMO L’ITALIA”, che non vuole leggere le distorsioni istituzionali ed architettoniche avvenute a Napoli attraverso le recenti occupazioni dello spazio pubblico, avvalendosi di fondi pubblici.
Le biblioteche private o si donano alle istituzioni pubbliche, o le si rende autonome da erogazioni pubbliche, dotandole di finanza privata che ne consenta la funzionalità (come operavano nell’età di mezzo le dinastie regnanti). Mi mortifica l’erogazione pubblica alla Fondazione Ravello, motivatamente apprezzata per il programma culturale; tanto più se comparata con la consistenza dell’erogazione pubblica volta a soddisfare i bisogni dell’ente lirico massimo, il San Carlo, che porta Napoli nel mondo, e non il mondo in Italia con la spesa pubblica.

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CHI SONO
Francesco Forte (Napoli, 1939), architetto, ha concluso nel novembre del 2009 l’impegno accademico strutturato, contribuendo a ulteriori impegni formativi attraverso contratti. Professore ordinario di Urbanistica nell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” del 1991, ha diretto dal 1994 al 1998 il seminario di Urbanistica “Alberto Calza Bini”. Ha promosso l’istituzione del Centro Interdipartimentale di Ricerca in Urbanistica “Alberto Calza Bini” (CIRU), di cui ha assunto la direzione fino al 2004. Dal 2004 al 2009 ha diretto il Dipartimento di Conservazione dei Beni Architettonici e Ambientali. Ha partecipato alla fondazione del corso di laurea specialistica in “Architettura-città: valutazioni e progetto”, attivo dal 2007-2008 presso la Facoltà di Architettura di Napoli, assumendo la responsabilità didattica delle due annualità del laboratorio di Progettazione urbanistica, nonché dei corsi di Legislazione dei Beni Culturali e Diritto Urbanistico. Ha insegnato in università europee e degli Stati Uniti. Membro del collegio del dottorato in “Metodi per la valutazione integrata dei beni architettonici e ambientali”, ha contribuito allo svolgersi di molteplici tesi di dottorato, corsi di perfezionamento e master. Ha partecipato agli organi direttivi dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, di cui è socio effettivo, e partecipa tuttora al consiglio scientifico della Fondazione Astengo. E’ socio dell’Icomos Italia.
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