Ho firmato la petizione civica che sollecita il Sindaco Luigi De Magistris a lasciare spontaneamente il ruolo attribuitogli dal 70 per cento degli elettori effettivi napoletani.
Ritengo che, nel giudizio preventivo sulla idoneità di personalità al ruolo di Sindaco, l’esame curriculare dovrebbe costituire il primario referente. Il Sindaco, come sancito dalla legge, è il responsabile di una complessa organizzazione amministrativa preposta alla cura continua e diffusa di beni e servizi preziosi per i cittadini, da indirizzare anche nel promuovere idealità concernenti l’azione che definiamo “politica”. L’offuscarsi della capacità selettiva dei partiti politici ha condotto a delegare a movimenti la scelta del leader. Ho perplessità sugli esiti dell’attivismo esplicitato da questi movimenti, e di conseguenza attribuisco ruolo appropriato al curricula. Il magistrato che in giovane età lascia la funzione prescelta non testimonia passione per il sapere esperto che ha prescelto. Da docente di urbanistica conosco il ruolo che svolge nel nostro fare l’amore alla disciplina. Questo amore è dono, ma come tutti i doni chiede dedizione, impegno, interagisce in una dinamica connotata da reciprocità con il reale societario, ne sollecita la maturazione. Quel che si fa dovrebbe ritenersi esito di maturazione, di acquisita consapevolezza da adulto. E ciò dovrebbe valere per tutti i saperi esperti. La democrazia repubblicana consente la libera espressione e il libero fare, sempre coerente con l’alterità. Consente quindi anche la parola impropria ed il fare inconsulto. Agli spettatori compete il giudizio sull’attore di scena. E da spettatore votante ho vagliato la personalità dal curricula. Nelle valutazioni universitarie ho sempre prestato attenzione a categorie quali coerenza e continuità.
Non ritrovando questa condizione umana, non ho a suo tempo votato Luigi De Magistris. Lo ho dichiarato pubblicamente, suscitando il moralismo ironico di tanti colleghi universitari. Ho poi seguito le affermazioni di principio espresse da De Magistris e da personalità della Giunta insediatasi. Le affermazioni più presenti, quali rivoluzione, cambiamento, cultura, appaiono fondate su avventurismo, movimentismo, piuttosto che conseguenti a costruzioni logiche. Il ponte tra interesse pubblico e beni comuni (non bene comune che è meta, sempre), appare tuttora avvolto da fitta nebbia, dominato da virtualità platonica, piuttosto che da causalità aristotelica. Mentre avremmo tanto bisogno di quest’ultima categoria nell’affrontare le criticità e sofferenze del presente. E ciò si è manifestato nella modalità con cui si è espressa la cura della città. Si ritrova nei comportamenti del governo cittadino di Napoli una concezione da Stato Etico, autoritario, opprimente, motivato dalla ricerca di un bene comune da imporre, seppur privo di costruzione logica e dimostrazione. Riporto le proposizioni che a me sembra ci siano state trasmesse.
L’ispirazione alla cultura dell’assessore Di Nocera? spontaneismo civico improntato a corporazionismo, lontano da capacità diagnostica dei mali dell’urbano.

La cura delle attività economiche? l’impegno nel produrre valore o è mondano (l’evento), o è condanna.

L’efficienza di bilancio? l’Europa è cattiva.

La questione abitativa? l’abitare è consumo e quindi da condannare.

La questione urbanistica? meno si agisce, meglio è, nello spirito della variante 2004 al Prg.

La spesa pubblica nelle future tratte di metropolitana cittadina, da riconvertire nelle urgenze poste dalla crisi? Meglio non parlarne.

I suoli di Coroglio-Bagnoli? è speculazione occuparsene.

La questione metropolitana? quando verrà, ci adatteremo.

La scarsità dei trasferimenti statali? E’ la cattiveria di chi non ci vuole bene.

Lo sfascio della fiscalità locale? da tollerare seppur con prestiti cui dovremo ottemperare.

Le società partecipate? sono pubbliche e quindi ottimali, seppur assistenziali.

La mobilità urbana? è un male, siate tutti immobili.

L’adeguatezza funzionale? categoria impropria esito di positivismo scientifico.

La città che crolla? la villa comunale che muore? il tempo e la natura sono cattivi.

I diritti di cittadinanza? è bene parlarne, ma senza implicazioni.

Il dovere fiscale del cittadino? è adattabile, Equitalia è cattiva.

Altri doveri da regolamento? la costrizione su altre regole consegue dal “sappiamo dove vi portiamo”.

L’insieme delle proposizioni conforma anche cultura, che dovremmo tuttavia ritenere approssimativa, frustrata anche se aperta, autoreferenziale anche se visionaria. Nell’iniziativa privata volta a promuovere attività di impresa o di artigianato, questa base culturale può risultare preziosa, fonte di ideazione e conseguente capacità creativa. Non dovrebbesi ritenere questa cultura positiva nell’esercizio di funzioni amministrative concernenti beni e servizi pubblici, che impegnano uomini e capitali. Fa sorridere l’approssimazione gestionale e tecnica con la quale si gestiscono società pubbliche comunali con 1500 dipendenti, un esercito, quali Napoli Servizi. E lo stesso potrebbe dirsi per Asia, o altre società pubbliche, quali Bagnoli Futura. Da cittadini che amano la città, dovremmo essere consapevoli che questa cultura dell’approssimazione è stratificata nella società napoletana, ed è in contrasto con la cultura del rigore gestionale, dell’accuratezza progettuale, del programma pluriennale di bilancio ed opere cui, in conformità con la legge, dovremmo essere obbligati.
Nella elaborazione tecnica europea i progetti definitivi, allorquando redatti, sono pietre, non alterabili. Ed invece a Napoli si constata che tutto è alterabile. Ne consegue la elaborazione progettuale con i caratteri della “posta di bilancio”, priva di approfondimento tecnico, come ha dovuto rilevare il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nell’esame del Piano Regolatore del Porto di Napoli, proposto dall’Autorità Portuale. Tanti hanno condiviso, tra cui il Comune di Napoli, i sindacati con la Lucci segretaria Cisl in prima fila, la stampa con gli articoli di Antonino Pane sul Mattino. Sicchè temi obiettivo di significativo spessore – quali l’oleodotto di raccordo porto di Napoli-Marcianise con i connessi depositi petroliferi tra Napoli e Caserta- si pongono sul tavolo della riflessione, senza porsi domande sull’effetto, sulla ragionevolezza della previsione. Ad Acerra porremo il grande inceneritore, a Marcianise i depositi petroliferi, ed avremo recintato la città metropolitana con dissuasori di frequentazione. Nessuno ha evidenziato obbligo di Valutazione Ambientale Strategica per un tale figura di piano. E’ difficile darsi spiegazione su tanta trascuratezza. Onde porre argine ai danni dell’avventurismo delle idee nell’elaborazione tecnico scientifica si è affermato lo studio di fattibilità, il piano-progetto preliminare, e altre strumentazioni. Ma di queste acquisizioni traspare poco nelle azioni dei nostri organi di governo concernenti investimento dei fondi che Unione Europea, e quindi l’Italia, rendono disponibili, pur avendo nella Giunta Regionale un ex Preside della Facoltà di Ingegneria, ed un ex Rettore di Ateneo. Dovremmo applicare il monitoraggio di quanto deliberato nella variante di Prg 2004, vigente, per conoscere la sua efficacia nella conservazione del Centro Storico Unesco, piuttosto che continuare semplicemente a professare la validità di quelle proposizioni, come fa l’assessore De Falco, e dietro di lui la sezione napoletana di Italia Nostra. Dovremmo domandarci l’opportunità di ulteriori investimenti di 850 milioni di euro per la tratta di metropolitana Garibaldi-Capodichino, allorquando Ponticelli è inaccessibile, e le realtà urbane di Scampia o Traiano risultano neglette. A Napoli sussistono le potenzialità per sconfiggere la cultura approssimativa e da Stato Etico.
Vi è un infatti un’altra cultura, che si struttura nelle sedi universitarie, nelle imprese, nei soggetti sociali istituzionali, ed in tante associazioni. E’ tempo che qualcuno apra una riflessione sulle criticità negative conseguenti dalla Legge n. 431 del 1985, legge che dobbiamo a Giuseppe Galasso. Dovremmo essere consapevoli che conseguono dalla 431/1985 la legge 490 del 1999, ed il “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”, Codice Urbani del 2004, rivisitato nel 2006, ed ancora del 2008. Dovremmo ritenerle leggi sbagliate, per effetto dell’equilibrio strumentale che perseguono tra autoritarismo e democrazia, immettendosi lo Stato, operando in continuità con lo Stato Etico della esperienza fascista (le leggi 1497, 1089 del 1939), in giudizi di valore concernenti il gusto, la bellezza, il ruolo della storicità delle pietre, con immani implicazioni tra ciò che è legale e ciò che è illegale. Non per altro il Prof. Arch. Marco Romano, ordinario nella Facoltà di Architettura di Venezia, già membro del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, cultore dell’Estetica della Città, ha preso le distanze dal paesaggismo conseguente a quella cultura, dalle tesi di Italia Nostra, dalle presunzioni del FAI. Da giovani studiavamo “Napoli come è” (1959, E Luogo, A Oliva); e rifuggivamo dai retori della fuga ( il “Ferito a morte” di La Capria, 1962). Studiavamo la metropoli, perchè la città dolente avrebbe potuto riscattarsi nei territori vasti. Amavamo il mare sollecitati al suo recupero da AM Ortese (“Il mare non bagna Napoli”). I valori di paesaggio? potevano non risultare ostativi all’umanizzazione dei territori. I poli lavoro si proponevano per innovazione conseguente da produzione industriale, non da effimero e consumo. Il paesaggio industriale poteva essere referente del bene, come nella nostra tesi di laurea, mentre le scelte urbanistiche non potevano prescindere da previsione gestionale, e ruolo urbano voluto. Ed i dna delle origini non si cancellano, pur consapevoli che quei valori ci esiliano dal fare urbanistica e architettura, nel dominante ambientalismo al potere che la città di Napoli da venti anni sopporta.
Troppa distanza separa questi valori dall’avventurismo dell’Amministrazione De Magistris.
Francesco Forte, Aprile 2013.

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CHI SONO
Francesco Forte (Napoli, 1939), architetto, ha concluso nel novembre del 2009 l’impegno accademico strutturato, contribuendo a ulteriori impegni formativi attraverso contratti. Professore ordinario di Urbanistica nell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” del 1991, ha diretto dal 1994 al 1998 il seminario di Urbanistica “Alberto Calza Bini”. Ha promosso l’istituzione del Centro Interdipartimentale di Ricerca in Urbanistica “Alberto Calza Bini” (CIRU), di cui ha assunto la direzione fino al 2004. Dal 2004 al 2009 ha diretto il Dipartimento di Conservazione dei Beni Architettonici e Ambientali. Ha partecipato alla fondazione del corso di laurea specialistica in “Architettura-città: valutazioni e progetto”, attivo dal 2007-2008 presso la Facoltà di Architettura di Napoli, assumendo la responsabilità didattica delle due annualità del laboratorio di Progettazione urbanistica, nonché dei corsi di Legislazione dei Beni Culturali e Diritto Urbanistico. Ha insegnato in università europee e degli Stati Uniti. Membro del collegio del dottorato in “Metodi per la valutazione integrata dei beni architettonici e ambientali”, ha contribuito allo svolgersi di molteplici tesi di dottorato, corsi di perfezionamento e master. Ha partecipato agli organi direttivi dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, di cui è socio effettivo, e partecipa tuttora al consiglio scientifico della Fondazione Astengo. E’ socio dell’Icomos Italia.
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